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La Nazione precipita sulle ali di Ali…Italia
Siamo forse di fronte all’ennesima prova del business all’italiana, dove i servizi hanno perso il loro significato intrinseco, ovvero non sono più al servizio dei cittadini.
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Da almeno quattro anni sentiamo parlare del “caso Alitalia”. Tra esuberi, scioperi, tagli, caro carburante, costi elevanti, concorrenza spietata e denaro bruciato chissà come, il dato è uno solo: la compagnia aerea di bandiera precipita sempre più giù. Porta con sé l’Italia intera e alleggerisce le tasche degli italiani. E dal confronto con servizi e infrastrutture in altri Paesi, ne esce irrimediabilmente sconfitta.
In un buco nero forse senza più ritorno rischia di finirci anche il mondo del turismo, con gli spostamenti dei vacanzieri diventati tutt’altro che invoglianti. Per non parlare di chi ha bisogno di muoversi per lavoro da una città all’altra della Penisola, che negli ultimi tempi non ha vita facile tra voli cancellati, ritardi e disservizi vari.
Eppure in questi giorni tutti plaudono alla nuova cordata italiana che dovrebbe risollevare il bilancio in rosso di Alitalia. Non sarà commissariata, ma avrà una dotazione iniziale di 1 miliardo: 300 milioni arrivano dal prestito ponte concesso dal Governo la scorsa primavera e 700 milioni, invece, dalla cordata. Numeri e prospettive li ha elencati in questi giorni il premier Silvio Berlusconi: 5mila esuberi da sistemare (contro i 20mila licenziamenti in caso di fallimento della società), 90 nuovi aerei e l’avvio di rotte intercontinentali.
Il piano si chiama “Fenice”, un nome che richiama al mitico uccello capace di rinascere ogni volta dalle sue ceneri. E nel caso di Alitalia di ceneri ce ne sono eccome. Si sono depositate in anni e anni di problemi e salvataggi. E quanti piani, quanti soldi in tutti questi anni hanno assorbito energie e fondi allo Stato italiano per permettere una rinascita sempre attesa e mai arrivata?
E a cosa sono serviti gli scioperi proposti dai sindacati dell’Alitalia in tutti questi anni? Forse solo a rinviare un problema oggi ancora più grosso. Furono loro ad assestare il colpo mortale alla trattativa con l’Air France. E adesso? Forse tagli e ridimensionamenti non verranno comunque messi in atto, ora, per salvare la compagnia?
Il 2007 si è chiuso con un buco di 495 milioni di euro, una perdita di circa un milione e 350mila euro al giorno. Per qualcuno si tratta di un risultato migliore rispetto al 2006, quando le perdite erano state pari a 626 milioni. Negli ultimi nove anni la compagnia ha bruciato più di 3 miliardi di euro, che sono stati ripianati ogni volta da salvataggi dello Stato. Quindi con i soldi che arrivano dalle tasche dei cittadini. E in cambio? Un indebitamento di 1.121 milioni di euro al 30 giugno di quest’anno. 
Alla soluzione, o almeno vicini ad essa, dato il dispendio di forze impiegate, non potevamo arrivarci già qualche anno fa, senza avere l’acqua alla gola, senza far male alla nazione?
Rimane un dato fondamentale, però, da cui non possiamo prescindere, e di cui nessuno parla. Il successo di tutta l’operazione, che si chiami “Fenice” o no, non sarà determinato solo dal risolvere i conti in rosso, ma anche dal far tornare la compagnia di bandiera un’azienda al servizio dei cittadini. Il suo compito principale è di fornire servizi, di garantirli ai passeggeri che si spostano per divertimento o per lavoro.
In quest’ottica il discorso potrebbe estendersi ad ogni ente pubblico in Italia. Oggi l’attenzione è puntata su Alitalia, domani potrebbe esserlo sulle Ferrovie dello Stato e dopodomani su un qualsiasi organo statale oppure su autostrade e autogrill. Rispetto alla Germania, siamo distanti anni luce. La produttività deve diventare una logica aziendale anche per lo Stato. Ma forse serve un esame di coscienza ben più ampio: se non siamo più al servizio di cittadini e turisti, con parametri dettati dal mercato, siamo destinati a essere perdenti in tutto.
Parlare di trasporti o infrastrutture significa anche fare un discorso culturale. E purtroppo, rispetto ad altre nazioni europee a noi vicine, da questo punto di vista noi manchiamo anche di cultura. Il “caso Alitalia” è solo l’ultimo, il più lampante. Bisogna rimettersi a funzionare. Per il bene del turismo, dell’economia, del Sistema Italia.
  Paolo Esposito

01.08.2008 Ufficio Stampa Italia Turismo CIDEC
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